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Il paese dei "Contos"
L'Ortobene (gennaio 1998)

Franca Satta Marchi

Veramente stimolante è stato l'incontro per la presentazione del libro di Raffaele Piroddi: Il paese dei "contos", edito da "Agrifoglio" di Milano, tenutosi a Dorgali nel pomeriggio del 29 dicembre, nella sala consigliare del Comune per iniziativa dell'Associazione "Raichinas e Chimas" di recente istituzione.

Un pubblico numeroso ed attento ha seguito, con estremo interesse, sia le due relazioni ufficiali condotte magistralmente da Giacomo Zirottu e Billia Fancello sia ciò che ha raccontato - contau -, per chiarire il testo, l'autore, assai felice e significativo nelle espressioni conclusive del suo intervento:
«Cari amici, il mondo della nostra infanzia ed adolescenza non esiste più; pur tuttavia, con questo mondo dobbiamo fare i conti per saper andare avanti nell'individuazione della nostra identità, per andare oltre».

La nostra memoria infatti s'è sedimentata dentro di noi nel momento dell'apprendimento istintuale ed è custodita in quanto fa parte di quel linguaggio materno, nella formazione della nostra individualità e, paterno, per quanto riguarda il nostro inserimento nel gruppo e la costituzione dei codici comportamentali.
Essa s'è strutturata in modo stabile e fedele dentro di noi a tal punto da influenzare non solo la nostra emozionalità ed affettività, ma anche le nostre conoscenze e costituisce l'aspetto, forse più importante, del nostro Io.

Proprio per queste ragioni la memoria non deve essere rimossa perchè, pur provocando dolore e dilacerazione per ciò che non è più, tuttavia è sempre latente nel nostro inconscio e può manifestarsi alla coscienza in modo prepotente e subitaneo nel momento di violente ed acute trasformazioni, che agenti esterni continuumente propongono: per tutte basti pensare all'invadenza dei "media" a al pervasivo mondo della telematica.

La concezione del tempo, inoltre, è intimamente legata alla formazione del proprio pensare, perchè passato e presente assumono -a livello antropologico - un valore significante.

Noi diciamo "commo" - adesso - e "tempus colau" - il passato ; ma "commo" è in sè stesso una dimensione completa, un microtempo del periodo del vivere cosciente, che diventa significante per la persona ed il gruppo solo attraverso la loro partecipazione in esso o il loro esperimentarlo.

Il "tempus colau", non solo è il passato, ma è come un macrotempo che s'accavalla al "commo" senza potersi da esso separare; il "commo", anzi, si nutre e sparisce nel "tempus colau" che diventa il periodo del mito, dando senso di fondamento e sicurezza al periodo "commo".

Il "tempus colau", così, diventa tempo delle origini, non piagnucoloso ricordo di irripetibili, melense giovinezze, ma confronto e trasformazione in tempo mitologico.
Così i miti, diventano, per i barbaricini, autentici documenti storici connessi col proprio ambiente geografico, le proprie aspirazioni e giustificazioni economiche, l'ordine sociale e la propria esperienza di vita fatta di "limba" e di linguaggi non verbali.

Il tempo del mito partecipa della natura del "sognare" perchè passato, presente e futuro sono contemporanei aspetti di un'unica realtà.

Ma, per vivere, questo sogno dovrà manifestarsi nel futuro, nel "cras", nel "s'imbeniente", non spezzando o rimuovendo il passato, ma mantenendo la "limba" nella sua funzione comunicativa di relazione.

Solo così il paese dei "contos" diventerà l'approdo del cuore nella calda atmosfera dell'amicizia; sarà per noi la casa dove ci si riposa dalle stanchezze della vita e si trova ristoro dal mondo chiassoso e massificato; dove si potrà parlare, anche silenziosamente, perchè i codici sono comuni e perchè tutto è condiviso nel silenzio dell'amore; senza paure e minoritarismi s'andrà avanti nell'incalzare del nuovo, forse senza prevedere il "dove" e il "come" ma pure andando avanti.

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